SaperinRete CRRS&S Cpia Lombardia

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Giornata dell’alfabetizzazione digitale

Giornata dell’alfabetizzazione digitale

Non basta saper accendere un dispositivo. Non basta navigare tra app e piattaforme con la disinvoltura di chi è cresciuto con uno smartphone in mano. L’alfabetizzazione digitale — quella vera, quella che conta — è qualcosa di più esigente e, per certi versi, di più antico: è la capacità di interrogare ciò che si vede, di valutare ciò che si legge, di comprendere le implicazioni etiche di ciò che si fa ogni volta che si entra in rete. La Giornata internazionale per l’apprendimento digitale offre ogni anno l’occasione per riportare al centro del dibattito pedagogico una questione che troppo spesso rimane ai margini: non come si usa la tecnologia, ma come si abita il mondo digitale con consapevolezza critica. Una distinzione che non è sottigliezza teorica, ma differenza sostanziale tra un utente passivo e un cittadino pensante. Oltre la tecnica: il pensiero come bussola L’equivoco più diffuso nell’educazione digitale è di natura strumentale. Si tende a misurare la competenza digitale in termini di padronanza tecnica — saper usare un foglio di calcolo, costruire una presentazione, orientarsi tra le funzioni di un software — come se la familiarità con gli strumenti fosse già, di per sé, comprensione del mezzo. Ma la tecnologia non è neutrale, e l’ambiente digitale non è uno spazio innocente: è un ecosistema costruito da scelte progettuali, interessi economici, algoritmi che selezionano, amplificano e talvolta distorcono la realtà. Formare alla digitalizzazione critica significa dunque insegnare a valutare la credibilità di una fonte prima di condividerla, a riconoscere i meccanismi di manipolazione dell’informazione, a comprendere i rischi — per la privacy, per la reputazione, per il benessere psicologico — che abitano la rete. Significa, in ultima analisi, trasferire nell’ambiente digitale quelle stesse categorie di giudizio che da secoli la scuola coltiva nell’analisi dei testi, nella lettura della storia, nel ragionamento scientifico. La domanda che ogni insegnante dovrebbe porsi non è «i miei alunni sanno usare internet?», ma «i miei alunni sanno leggere internet?».   Il ruolo dell’insegnante: mediatore e modello In questo scenario, il docente non è chiamato a essere un tecnico dell’informatica, né un esperto di cybersecurity. È chiamato a fare ciò che sa fare meglio: mediare tra l’esperienza del mondo e la sua comprensione critica. Portare in classe la domanda prima della risposta. Insegnare il dubbio come metodo. Questo implica una trasformazione del proprio profilo professionale che non è né automatica né indolore. Richiede la disponibilità a mettersi in discussione, a rivedere le proprie pratiche didattiche, a esplorare strumenti e contesti che spesso si collocano al di là della propria formazione iniziale. Ed è precisamente su questo terreno che si inserisce il contributo della Commissione europea con lo strumento SELFIE per gli insegnanti — uno strumento di autovalutazione che consente a ciascun docente di rispecchiare le proprie pratiche digitali, individuare i punti di forza e le aree di sviluppo, ricevere indicazioni personalizzate per crescere. Non un test, non una classificazione. Piuttosto, uno specchio. L’invito a guardarsi con onestà professionale e a trasformare quella consapevolezza in azione didattica.   Integrare, non aggiungere Il rischio più concreto nell’approccio all’educazione digitale è quello dell’addizione: aggiungere un’ora di “cittadinanza digitale” al curricolo già sovraccarico, trattare le competenze digitali come un modulo separato, un adempimento formale da spuntare su una lista. Questo approccio non funziona, per la semplice ragione che il digitale non è un compartimento stagno della vita degli studenti: è l’aria che respirano, il contesto in cui costruiscono relazioni, identità, opinioni. L’integrazione efficace delle competenze digitali nell’apprendimento quotidiano passa invece attraverso la trasversalità: analizzare le fonti in storia come in scienze, riconoscere la propaganda visiva in una lezione di arte come in educazione civica, discutere di privacy e consenso in italiano come in tecnologia. La competenza digitale critica non si insegna: si pratica, si esercita, si incorpora nelle abitudini cognitive degli studenti attraverso una didattica consapevole e intenzionale.   Una posta in gioco civile C’è una dimensione che eccede il perimetro scolastico e che vale la pena nominare con chiarezza. La capacità di orientarsi criticamente nell’ecosistema dell’informazione digitale non riguarda soltanto il rendimento scolastico o le prospettive professionali degli studenti: riguarda la tenuta democratica delle nostre società. Un’opinione pubblica incapace di distinguere un’analisi affidabile da un contenuto manipolato, una notizia verificata da una bufala costruita ad arte, è un’opinione pubblica esposta a rischi che la politica da sola non può contenere. La scuola — lo si dice troppo raramente, e con troppa poca convinzione — è il luogo in cui si forma il tessuto cognitivo della democrazia. Educare alla lettura critica del mondo digitale è, in questo senso, un atto politico nel significato più alto e più nobile del termine: contribuire alla formazione di cittadini che non delegano il pensiero agli algoritmi, ma lo esercitano come un diritto e come una responsabilità. In fondo, l’alfabetizzazione — in qualsiasi forma, su qualsiasi supporto — ha sempre avuto questa ambizione: non solo trasmettere strumenti, ma consegnare alle nuove generazioni la capacità di stare nel mondo con gli occhi aperti.

Webinar sulla Cura Educativa in Carcere – Video integrale

Webinar sulla Cura Educativa in Carcere – Video integrale

232 visualizzazioni su YouTube in oltre 90 minuti di webinar. Centoventi utenti collegate in diretta, distribuite su due room online per gestire l’afflusso tra docenti, dirigenti, educatori provenienti da Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Campania, Puglia, Calabria e altre regioni. Il dato non è un orpello ma il primo racconto dell’evento del 10 febbraio dedicato alla presentazione interregionale del  Quaderno della ricerca La cura educativa in carcere. L’istruzione fra pena e rieducazione. Perché quando un tema come la scuola in carcere riesce a mobilitare un target così significativo allora significa che non stiamo parlando di una nicchia ma di una questione viva nel mondo educativo Guarda il video integrale sul nostro canale: https://www.youtube.com/watch?v=ijjTRF9Ej1o&t=1229s   Le ferite come soglia L’apertura sceglie un’immagine forte: un taglio di Lucio Fontana. La ferita che apre la superficie per far intravedere altro. È da qui che prende forma il dialogo: il carcere come luogo che obbliga ad andare oltre la crosta del reato e a interrogare ciò che sta sotto. La parola “ferite” non resta sospesa; viene abitata da Raffaella Di Rosa, giornalista del TG La7, che porta dentro il webinar lo sguardo dell’inchiesta e delle storie raccolte sul campo. Vite segnate molto prima dell’ingresso in una cella; biografie fragili che non chiedono indulgenza, ma complessità. Il carcere, in questa prospettiva, non è solo il luogo della pena; è un crocevia di fratture sociali, familiari, culturali. Accanto alle ferite, la seconda parola chiave: “cura”. Corrado Cosenza  – curatore del quaderno – ne restituisce la densità pedagogica e istituzionale. Cura non come assistenza paternalistica, ma come responsabilità educativa che esige rigore. Significa uscire da una visione burocratica dell’istruzione in carcere e riconoscerla per ciò che è: uno spazio fragile ma reale di umanizzazione. Non promette scorciatoie; apre varchi. La scuola che accade Il secondo movimento dell’incontro entra nel cuore dell’esperienza: la parola “insegnante” diventa il centro della riflessione di Ivo Lizzola. In carcere, il docente non può essere un semplice trasmettitore di contenuti; è una figura di soglia. È l’adulto che si espone, che accetta la reciprocità asimmetrica della relazione educativa, che sa che ogni lezione è anche una prova di credibilità personale. In quei contesti, l’autorevolezza non si impone; si costruisce. Subito dopo, il discorso tocca un terreno spesso rimosso: le emozioni soprattutto del docente della scuola penitenziaria. Annaletizia La Fortuna ricorda che la scuola in carcere è un ambiente ad alta intensità emotiva. Le emozioni non sono un elemento collaterale, ma strutturale. Ignorarle significherebbe rendere fittizio l’intero processo educativo. Pensarle, invece, significa dare loro forma, senza farsi travolgere. Il quadro si allarga con Pietro Buffa e la parola “globalizzazione”. Le aule penitenziarie non sono mondi separati; sono attraversate da migrazioni, disuguaglianze, marginalità. Le biografie che siedono tra i banchi raccontano processi sociali più ampi. La scuola in carcere diventa così un osservatorio privilegiato sulle fratture del nostro tempo. Con Francesca Valenzi, il focus si sposta su “trattamento”. Una parola che rischia di suonare tecnica, ma che nel dibattito riacquista spessore costituzionale: l’istruzione non è un beneficio accessorio, ma parte integrante della funzione rieducativa della pena. Non un favore; un diritto. E senza scuola, la rieducazione resta slogan. Esperienze che interrogano Il terzo blocco dell’incontro scende sul terreno delle esperienze. “Rinascita” non viene proposta come formula consolatoria. È un processo fragile, fatto di inciampi, di tempo lungo. Nella testimonianza di Alessandro Crisafulli, ex studente della scuola in carcere, la scuola diventa soglia: attraverso la parola, la scrittura, lo studio, è stato possibile tornare a pensarsi come persona e non coincidere più definitivamente con l’errore. Non è retorica del riscatto; è un percorso. A chiudere questa parte, la parola “bellezza”, affidata ad Alfonsa Gucciardo. In carcere, la bellezza non è evasione; è resistenza simbolica. Leggere, disegnare, scrivere, creare significano restituire immaginazione e dignità. È uno spazio di libertà che nessuna porta blindata può del tutto confiscare. Le domande che non fanno sconti Il momento del dibattito conferma che non si è trattato di un evento autoreferenziale. Le domande dal pubblico sono dirette, concrete rivolte agli esperti:  Quali prospettive ha oggi il carcere come spazio educativo e non solo custodiale? Che cosa insegna la scuola carceraria ai docenti che vi lavorano? Come costruire fiducia in presenza di comportamenti oppositivi? Fin dove può spingersi la scuola sul piano educativo senza oltrepassare i confini di ruolo? Quali pratiche funzionano davvero con studenti segnati da fragilità comportamentali? Come coinvolgere il territorio nel reinserimento? Interrogativi che non cercano slogan, ma strumenti di senso per comprendere meglio lo stato delle cose. Oltre l’evento Se si guarda ai numeri iniziali accennati all’inizio si potrebbe parlare di successo organizzativo ma sarebbe riduttivo, bisogna andare oltre:  Il dato più interessante è  la percezione condivisa che la scuola in carcere non sia un’appendice del sistema, ma un banco di prova della sua qualità democratica. Lì dove tutto è più difficile, l’educazione mostra il suo volto più nudo. La scuola in carcere apre #possibilità non ancora del tutto esplorate, come in conclusione sottolinea la direttrice del CRRS&S Lucia Pacini. Parlare di responsabilità, in relazione alla scuola in carcere, significa riconoscere che l’educazione non è mai un atto neutro. Ogni scelta didattica, ogni parola detta o taciuta, ogni relazione costruita o interrotta produce conseguenze. In carcere questo è ancora più evidente: nulla è “solo scuola”, nulla è separabile dal contesto di vita delle persone. La responsabilità, allora, non coincide con il controllo, ma con la cura delle conseguenze delle nostre azioni educative.

Corsi Fami 2026 per docenti alfabetizzatori – Iscrizioni dal 19 gennaio

Corsi Fami 2026 per docenti alfabetizzatori – Iscrizioni dal 19 gennaio

La sfida dell’inclusione passa spesso dalla lingua, dall’ascolto, dalla capacità di costruire spazi educativi in cui le differenze non siano un ostacolo ma una risorsa. È in questa prospettiva che si colloca l’edizione 2026 dei Corsi FAMI “Conoscere per integrarsi”, un’offerta formativa rivolta ai docenti che operano nei percorsi di alfabetizzazione linguistica e civica per adulti stranieri all’interno dei CPIA. Il progetto, promosso nell’ambito del Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione, vede il CRRS&S CPIA Lombardia e il CPIA 2 Milano “Ilaria Alpi” impegnati nella realizzazione di un percorso formativo strutturato, pensato per rafforzare competenze didattiche, metodologiche e relazionali di chi ogni giorno lavora in classi eterogenee, multiculturali, spesso complesse. I corsi prenderanno avvio il 9 febbraio 2026 e si svolgeranno interamente online, alternando momenti sincroni e attività asincrone. Una scelta non solo organizzativa, ma culturale: consentire ai docenti di conciliare formazione e lavoro, senza rinunciare alla qualità del confronto e alla profondità dell’apprendimento. L’offerta formativa è articolata e progressiva. Accanto a moduli dedicati agli apprendenti con scarsa o nulla scolarizzazione, sono previsti percorsi sull’insegnamento dell’italiano L2 ai diversi livelli del Quadro Comune Europeo di Riferimento, con un’attenzione particolare alla progettazione didattica, alla valutazione e alla costruzione di unità di apprendimento realmente spendibili in classe. VAI ALLA PAGINA DEDICATA PER ISCRIVERTI AI CORSI 

Erasmus+ 2024. La mobilità che educa, l’Europa che prende forma (Rapporto annuale)

Erasmus+ 2024. La mobilità che educa, l’Europa che prende forma (Rapporto annuale)

Il Rapporto annuale Erasmus+ 2024 della Commissione Europea restituisce l’immagine di un programma che ha definitivamente superato la soglia simbolica della “mobilità per pochi”, per configurarsi come un vero e proprio dispositivo educativo continentale; non più soltanto un’esperienza individuale di studio o tirocinio all’estero, ma un’infrastruttura culturale capace di incidere sui sistemi formativi, sulle traiettorie professionali e, soprattutto, sulla costruzione concreta di una cittadinanza europea vissuta. Nel corso del 2024 quasi un milione e mezzo di persone ha partecipato ad attività di mobilità finanziate da Erasmus+, sostenute da un investimento complessivo che ha superato i 4,7 miliardi di euro. Numeri imponenti, certo, ma che acquistano senso solo se letti insieme alla qualità dell’impatto prodotto: un programma che non si limita a spostare persone, ma che mette in circolo competenze, linguaggi, visioni del mondo, pratiche educative e professionali. I dati sulla soddisfazione dei partecipanti sono, da questo punto di vista, eloquenti e difficili da liquidare come entusiasmo passeggero. La stragrande maggioranza di chi ha preso parte a un’esperienza Erasmus+ dichiara di averne tratto benefici concreti, non solo in termini di crescita personale, ma anche di orientamento professionale e di rafforzamento delle competenze chiave. Migliorano le competenze linguistiche, aumentano l’autonomia e la capacità di adattamento, si rafforza la fiducia nelle proprie possibilità; soprattutto, cresce la consapevolezza di appartenere a uno spazio educativo e culturale che travalica i confini nazionali senza annullarli. In questo quadro l’Italia si conferma tra i Paesi più attivi e coinvolti. Oltre settantaseimila partecipanti, tra studenti, docenti e personale educativo, hanno beneficiato nel 2024 delle opportunità offerte dal programma, con un investimento che ha superato i duecento milioni di euro. Particolarmente significativo è il dato relativo all’istruzione superiore, ma non meno rilevante è la crescita delle mobilità nei settori della scuola e dell’educazione degli adulti, ambiti in cui Erasmus+ si sta rivelando uno strumento prezioso per l’innovazione didattica, la formazione del personale e la costruzione di reti educative stabili. Il rapporto mette inoltre in luce come il programma stia progressivamente orientandosi verso forme più flessibili e inclusive di cooperazione. I Blended Intensive Programmes, che combinano attività online e mobilità fisica, rappresentano una risposta concreta alle esigenze di accessibilità, sostenibilità ambientale e continuità formativa; non un ripiego, ma una modalità nuova di pensare l’internazionalizzazione dell’istruzione, capace di coinvolgere un numero più ampio di partecipanti e di integrare apprendimento formale e informale. Al centro della riflessione emergono con chiarezza le priorità strategiche che l’Unione Europea affida a Erasmus+: inclusione e pari opportunità, transizione digitale, sostenibilità ambientale, partecipazione democratica. Non si tratta di parole d’ordine, ma di criteri che orientano concretamente la progettazione e la valutazione delle attività; criteri che chiamano in causa scuole, università, enti di formazione e organizzazioni educative come attori responsabili di un cambiamento che è insieme pedagogico e sociale. Il valore più profondo del Rapporto 2024 sta forse proprio qui: nel mostrare come Erasmus+ non sia un programma accessorio, né un beneficio collaterale dei sistemi educativi, ma una leva strutturale per affrontare le grandi sfide del presente. In un’Europa attraversata da tensioni, disuguaglianze e fragilità democratiche, la mobilità educativa diventa uno spazio di esercizio concreto del dialogo, della cooperazione e del pensiero critico; un luogo in cui l’idea di Europa smette di essere astratta e prende forma nelle biografie, nelle relazioni e nelle pratiche quotidiane. Per chi opera nel mondo dell’istruzione e della formazione, il Rapporto Erasmus+ 2024 è dunque più di un documento di rendicontazione: è un invito esplicito a considerare la dimensione europea non come un’aggiunta, ma come una componente essenziale della qualità educativa. Perché l’Europa, quando funziona, non si racconta soltanto nei trattati; si apprende, si sperimenta e si costruisce, passo dopo passo, nelle aule, nei laboratori, nei percorsi di mobilità e nelle comunità educanti che scelgono di aprirsi al mondo. Link su Epale – rapporto annuale erasmus+ 2024

Il nuovo quaderno della ricerca sulla “cura educativa in carcere”

Il nuovo quaderno della ricerca sulla “cura educativa in carcere”

Da oggi è disponibile in formato digitale La cura educativa in carcere. L’istruzione carceraria tra pena e rieducazione, il nuovo Quaderno della ricerca del CRRS&S CPIA Lombardia, curato da Corrado Cosenza. Questo quaderno nasce da una domanda essenziale, tanto semplice quanto scomoda: che cosa significa educare là dove la libertà è sospesa? Non una questione tecnica né settoriale, ma un interrogativo che tocca il cuore del patto costituzionale e il senso pubblico dell’istruzione. La scuola in carcere non è raccontata come esperienza marginale o residuale, ma come uno dei luoghi in cui più chiaramente si misura la qualità civile di una società. Il volume prende le mosse da un dato spesso rimosso: il carcere non è un “altrove” separato, bensì uno spazio che concentra e rende visibili fragilità sociali, povertà educative e biografie interrotte. In questo contesto, l’istruzione degli adulti diventa un esercizio di equilibrio continuo tra vincoli e possibilità, tra regole ferree e apertura al futuro. Educare, qui, non significa semplificare, ma assumere la complessità. I contributi raccolti nel quaderno attraversano questo terreno senza indulgenze e senza scorciatoie. Mettono a fuoco il lavoro quotidiano di chi insegna in carcere, l’esposizione umana e professionale che questo comporta, il valore delle didattiche attive come strumenti di riappropriazione di sé, il nesso tra istruzione, formazione professionale e reinserimento, il dialogo – spesso faticoso – tra scuola e trattamento penitenziario. Ne emerge una scuola che non promette salvezze, ma restituisce parola; che non cancella il passato, ma riapre possibilità di pensarsi ancora. In carcere, dove il tempo è segnato dall’attesa, l’aula diventa uno spazio in cui il sapere non serve solo ad acquisire competenze, ma a ridare senso, memoria, futuro. Un luogo fragile, certo, ma capace di generare fiducia. La cura educativa in carcere si rivolge a docenti, dirigenti scolastici, educatori, operatori penitenziari e a tutti coloro che sono coinvolti, a vario titolo, nell’istruzione degli adulti. È un quaderno che non alza la voce, ma chiede attenzione; che non offre soluzioni preconfezionate, ma invita a pensare. Perché educare nei luoghi della pena significa, oggi più che mai, interrogare l’educazione nella sua verità più esigente. 👉 Leggi e Scarica la pubblicazione qui    Webinar di presentazione del Quaderno di Ricerca  Martedì 10 febbraio 2026, alle ore 17.00, si terrà sulla piattaforma Google Meet l’evento online di presentazione del Quaderno della ricerca La cura educativa in carcere. L’istruzione carceraria tra pena e rieducazione. L’incontro, rivolto a docenti, dirigenti scolastici ed educatori, sarà un’occasione di confronto e approfondimento sui temi affrontati nel volume, offrendo uno spazio di dialogo tra riflessione pedagogica, responsabilità istituzionale ed esperienza educativa sul campo. Non una semplice presentazione editoriale, ma un momento pubblico di restituzione e di discussione, pensato per interrogare il senso dell’educare nei contesti di maggiore complessità e per condividere pratiche, domande e prospettive che attraversano oggi la scuola in carcere e l’istruzione degli adulti. Per partecipare all’evento iscriversi compilando questo form 

Cpia Varese 2 : Formazione ai docenti digitale per la cittadinanza

Cpia Varese 2 : Formazione ai docenti digitale per la cittadinanza

Il CPIA 2 Varese “Tullio De Mauro” ha scelto di muoversi in una direzione tanto semplice quanto decisiva: legare l’apprendimento linguistico alle competenze digitali per costruire, passo dopo passo, una cittadinanza più consapevole. Il progetto “Lingua e Digitale: insegna la cittadinanza” nasce proprio da questa intuizione; e mette al centro non la tecnologia in sé, ma la possibilità che offre agli adulti di ritrovare voce, autonomia, partecipazione: il cuore dell’iniziativa è una serie di percorsi FAD pensati per utenti con tempi di vita irregolari o complessi. Qui la lingua italiana dialoga con l’identità digitale, con l’uso del Fascicolo Sanitario Elettronico, con le basi della sicurezza online; insomma, con tutto ciò che oggi serve per non restare ai margini della vita civile. La didattica prende così una forma flessibile, ritagliata su bisogni reali e lontana da quell’idea di burocrazia educativa che spesso schiaccia chi cerca una seconda occasione. Accanto agli studenti, il progetto accompagna anche i docenti, coinvolti in due MOOC gratuiti che offrono strumenti, linguaggi e competenze per guidare la trasformazione digitale dentro le classi. È un segnale tutt’altro che scontato: formare chi forma significa rendere la scuola adulta più solida, più capace di attraversare il cambiamento e non subirlo. Link al sito Cpia Varese 2 – https://www.cpiavarese.edu.it/formazione-docenti-cpia-lingua-e-digitale-insegna-la-cittadinanza/ In una società dove riconoscere un servizio pubblico online vale quanto saper leggere un modulo, praticare la lingua vuol dire anche abitare il digitale; e abitare il digitale, a sua volta, significa affermare una cittadinanza piena, non delegata, non timida. Il CPIA 2 Varese fa questo lavoro quotidiano con discrezione e ostinazione, cercando di abbattere barriere vecchie e nuove — dalla precarietà lavorativa alla mancanza di tempo, dalla scarsa alfabetizzazione informatica alla paura di “non essere all’altezza”. Forse è proprio qui che il progetto mostra il suo valore più profondo: nell’aprire una porta a chi, troppo spesso, si sente tagliato fuori. Una scuola che si rinnova così non distribuisce solo competenze; restituisce dignità sociale, invita a rimettersi in cammino e prova a rammendare quel legame tra persone e istituzioni che, senza educazione, rischia di sfilacciarsi del tutto. Info utili Per facilitare la partecipazione dei docenti alla formazione sono previste due date disponibili, con orari diversi. Ogni docente può partecipare a una sola giornata, scegliendo quella più comoda, per garantire la migliore organizzazione del corso. Le date disponibili sono: Mercoledì 17 dicembre dalle 11.00 alle 12.30 Giovedì 18 dicembre dalle 16.30 alle 18.00 Iscrizioni aperte fino a lunedì 15 dicembre al link https://forms.gle/mh4Lmwe4gxEUHZjF6 Volantino Scarica il volantino

Scrittura, lavoro, diritti: un laboratorio che parla anche agli adulti

Scrittura, lavoro, diritti: un laboratorio che parla anche agli adulti

«Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo: ci si educa insieme, nella mediazione del mondo.»(Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi) È forse in queste parole che si ritrova l’essenza più nitida dell’apprendimento permanente: un’educazione che non si esaurisce mai, che si costruisce nella relazione e che, soprattutto, resta sempre aperta come continuo spazio critico, luogo in cui ogni persona è chiamata a rileggere il proprio vissuto alla luce del mondo che cambia. L’istruzione degli adulti vive precisamente qui; e proprio da questa prospettiva proponiamo oggi un articolo che intercetta e valorizza questa vocazione. Si tratta del contributo di Fiorella Di Donato, docente e redattrice del nostro Centro di ricerca, pubblicato su La letteratura e noi. Il suo testo racconta un laboratorio di scrittura interdisciplinare realizzato in una classe quinta di un istituto tecnico; eppure ciò che più colpisce è la naturalezza con cui questa esperienza scolastica parla anche ai percorsi educativi degli adulti nei CPIA. Nel laboratorio descritto dalla docente-ricercatrice, la scrittura non è esercizio formale né semplice produzione testuale: è un dispositivo critico che mette in dialogo letteratura industriale, memoria del lavoro, diritti umani, sicurezza e trasformazioni sociali. Gli studenti attraversano autori come Dickens, Gadda, Zola o Sinisgalli, recuperano documenti d’archivio – registri d’infortunio, carte d’officina, testimonianze operaie – e trasformano queste fonti in narrazioni che danno voce a esperienze dimenticate. È un processo che unisce la ricerca con la cura; la storia con l’empatia; i saperi tecnici con quelli umanistici. Leggi l’articolo della prof. Fiorella Di Donato cliccando su letteraturaenoi.it Questa dinamica risuona profondamente con ciò che avviene nei CPIA, dove la scrittura è spesso un ponte tra biografie interrotte, percorsi migratori complessi o identità professionali da ricostruire. L’istruzione degli adulti è infatti un territorio in cui la parola permette di dare ordine al vissuto, restituire dignità ai percorsi lavorativi e ritrovare una cittadinanza piena. In questo senso, la scrittura diventa un atto di “giustizia narrativa”: uno strumento per non disperdere la memoria e, allo stesso tempo, per riappropriarsi del presente. Il laboratorio descritto nell’articolo non è solo un modello replicabile; è la dimostrazione di come la formazione – in ogni età della vita – possa trasformarsi in un’esperienza di consapevolezza e di diritti. È un invito a rimettere al centro la parola non come ornamento, ma come strumento di lettura del mondo, di interpretazione delle ingiustizie, di costruzione di nuovi orizzonti. Nell’ecosistema dell’istruzione degli adulti, dove convivono lingue, culture, storie e competenze differenti, percorsi come quello presentato da Di Donato mostrano come la scuola possa davvero essere luogo di incontro tra memoria e futuro, tra esperienza e possibilità. E ricordano a tutti noi che ogni processo formativo, per essere autenticamente trasformativo, deve restare fedele alla sua natura di spazio critico, dialogico, aperto. A questo link il lavoro completo degli studenti

Report Indire: il coding e la robotica come grammatica per il futuro

Report Indire: il coding e la robotica come grammatica per il futuro

C’è un’Italia della scuola che costruisce delle sperimentazioni territoriali. Idee che nascono da una parola semplice e ambiziosa: continuità. È in questo solco che si inserisce il nuovo report di INDIRE, realizzato con l’Ufficio Scolastico Regionale dell’Umbria, dedicato agli Strumenti per il curricolo verticale di Coding e Robotica educativa nel primo ciclo. Un lavoro che parte dal locale per parlare al Paese, mostrando come la ricerca didattica possa diventare architettura di sistema, non solo buona pratica isolata. Nel 2022, in Umbria, è nato un gruppo di lavoro con l’Équipe Formativa Territoriale, coinvolgendo tredici Istituti Comprensivi già attivi nel campo del digitale educativo. Da quella rete è scaturito un percorso condiviso, che ha portato alla definizione di un curricolo verticale capace di collegare i diversi gradi scolastici e di far dialogare le esperienze del Coding e della Robotica con le competenze chiave di cittadinanza.Il risultato non è solo un documento, ma una cornice culturale: un modo nuovo di pensare la scuola come ecosistema di competenze, dove il pensiero computazionale si intreccia alla creatività, alla narrazione, alla cooperazione. Dal laboratorio al curricolo Il primo merito del progetto sta nell’aver trasformato il laboratorio in linguaggio comune. Il Coding e la Robotica educativa, per anni confinati in attività extracurricolari o pomeridiane, trovano qui una collocazione sistemica, attraversando le discipline e i livelli scolastici.Il report raccoglie materiali di lavoro – schede operative, format di documentazione, glossari condivisi, modelli di progettazione – ma soprattutto un metodo: quello della verticalità, cioè la capacità di immaginare percorsi che non si interrompano alla fine dell’anno, ma che si alimentino e si riconoscano nel tempo. Questa prospettiva, apparentemente tecnica, è in realtà pedagogica. Implica un cambio di mentalità: passare dall’idea di innovazione come evento, alla consapevolezza che l’innovazione è un processo. Non un laboratorio con i robot una tantum, ma un modo di concepire l’apprendimento come costruzione progressiva di significati, competenze e relazioni. Il Coding, in questa visione, non è una materia, ma una lingua. È la grammatica del pensiero logico e creativo; è l’occasione per fare ordine nel caos, per risolvere problemi reali attraverso una logica di passaggi, tentativi, errori e soluzioni. È, insomma, una forma di pensiero progettuale che non serve solo a programmare macchine, ma a educare menti. Robotica e umanesimo C’è un punto, tuttavia, su cui vale la pena soffermarsi. Parlare di robotica educativa non significa cedere al fascino della tecnologia, ma riconoscere che la tecnologia può essere umana.I robot nelle scuole non servono a sostituire le mani dei bambini, ma a ridare senso alla loro mente operosa. Servono per sperimentare, collaborare, provare e fallire insieme, per far dialogare la logica con l’immaginazione, la precisione con la manualità. È in questa dimensione che la robotica diventa linguaggio educativo: quando consente di connettere la dimensione tecnica a quella relazionale e simbolica. Il progetto umbro mostra proprio questo: che l’innovazione, se accompagnata da una solida intenzionalità pedagogica, può essere occasione di umanesimo. Il pensiero computazionale diventa allora una metafora: imparare a codificare per comprendere il mondo, a decodificare per cambiarlo. La formazione come leva di cambiamento Naturalmente, nulla di tutto ciò può funzionare senza una scuola che si forma. Il report dedica ampio spazio al ruolo dei docenti, alla necessità di documentare, riflettere e condividere le pratiche.È un richiamo importante: la tecnologia non trasforma la scuola se non cambia la cultura di chi la abita. Formare docenti al Coding e alla Robotica non significa solo insegnare loro l’uso di un software o di un kit, ma accompagnarli a ripensare la progettazione, a immaginare nuove forme di valutazione, a costruire reti di collaborazione. La scuola digitale – quella vera, non quella delle lavagne elettroniche – nasce da qui: da insegnanti che progettano insieme, si interrogano, costruiscono comunità professionali che superano la frammentazione. È la lezione più preziosa di questa sperimentazione: che l’innovazione è sempre cooperativa, mai solitaria. Un modello replicabile Pur essendo nato in Umbria, il progetto INDIRE parla a tutto il Paese. È un esempio concreto di come la ricerca possa fornire modelli replicabili, capaci di radicarsi in altri territori, adattandosi ai diversi contesti scolastici.L’idea del curricolo verticale – che unisce infanzia, primaria e secondaria – potrebbe diventare una delle chiavi di volta del Piano Nazionale Scuola Digitale e delle politiche formative regionali. Perché, in fondo, ciò che conta non è solo la padronanza degli strumenti digitali, ma la capacità di usarli per costruire senso, per promuovere cittadinanza attiva, per rendere visibile la continuità educativa tra i gradi scolastici.Ogni scuola che sceglie di progettare curricoli digitali condivisi compie un gesto politico e culturale: investe sulla consapevolezza che la competenza non nasce dal dispositivo, ma dal pensiero che lo abita. 💡 Il report completo “Strumenti per il curricolo verticale di Coding e Robotica al primo ciclo” è disponibile sul sito di INDIRE.👉 Leggi il Report

Quando l’Europa “fa rete”: torna lo Speed Date Erasmus+ per i CPIA

Quando l’Europa “fa rete”: torna lo Speed Date Erasmus+ per i CPIA

Stimolare connessioni, promuovere partnership, facilitare il dialogo: sono queste le parole chiave della nuova edizione dello Speed Date Erasmus+ rivolto ai CPIA, i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti. L’appuntamento è fissato per l’11 novembre 2025, dalle 13 alle 15, in modalità virtuale; un’occasione per mettere in circolo idee, progetti e visioni comuni all’interno dello spazio educativo europeo. Una piazza digitale per la formazione degli adulti L’iniziativa, promossa dall’Agenzia nazionale lituana, si presenta come una vera e propria piazza virtuale dove le idee viaggiano veloci e le relazioni professionali possono nascere con la naturalezza di un incontro casuale. In un contesto dinamico e informale, i partecipanti potranno confrontarsi su proposte di cooperazione, mobilità e job shadowing, condividere buone pratiche e costruire legami duraturi con altre istituzioni impegnate nell’educazione degli adulti. Per rendere l’esperienza più proficua, ogni CPIA è invitato a presentare anticipatamente la propria realtà attraverso una breve scheda di presentazione condivisa su una piattaforma comune. In questo modo, i dialoghi potranno partire già con un orientamento preciso, favorendo incontri mirati e non dispersivi. Requisiti, iscrizioni e opportunità La partecipazione allo Speed Date Erasmus+ è aperta a un numero limitato di enti — fino a cinque per Paese — e richiede un livello base di conoscenza della lingua inglese, sufficiente per interagire e comprendere le proposte degli altri partecipanti. Le iscrizioni sono aperte fino al 31 ottobre e l’evento sarà accessibile su invito, tramite un link inviato pochi giorni prima. Non si tratta solo di un’occasione per “esserci”, ma per entrare concretamente in una rete europea che può trasformare la progettazione locale in cooperazione transnazionale. L’educazione degli adulti, spesso confinata a contesti territoriali, può così respirare un’aria nuova, quella di un’Europa che condivide esperienze e si muove insieme verso obiettivi comuni di inclusione e crescita. link per approfondire: https://epale.ec.europa.eu/it/content/torna-lo-speed-date-erasmus-cpia-questa-occasione-e-voi L’Europa come orizzonte In un tempo in cui la formazione degli adulti è chiamata a rispondere a sfide sempre più complesse — dall’analfabetismo di ritorno alla riqualificazione professionale —, momenti come lo Speed Date Erasmus+ diventano snodi fondamentali. Consentono di incontrare altri formatori, dirigenti e operatori che, pur partendo da contesti diversi, condividono la stessa urgenza: restituire dignità educativa e opportunità di apprendimento a chi troppo spesso ne è rimasto escluso. L’Europa, in fondo, nasce proprio così: da un dialogo che diventa progetto, da una rete che diventa comunità. Lo Speed Date non è solo un evento, ma un piccolo laboratorio di cittadinanza europea, dove la curiosità si fa metodo e la collaborazione diventa cultura.

Chiamami con il mio nome – i 50 anni della riforma carceraria

Chiamami con il mio nome – i 50 anni della riforma carceraria

Fino al 1975 i condannati non avevano un nome, né potevano indossare abiti civili. Ai loro figli, se minorenni di diciotto anni, non era consentito visitarli in carcere: così stabiliva il Regio Decreto del 18 giugno 1931, n. 787 – Regolamento per gli istituti di prevenzione e pena – firmato da Vittorio Emanuele III, Benito Mussolini e dal guardasigilli Alfredo Rocco. Si trattava di un regolamento minuzioso, composto da 332 articoli, corredato da tabelle che indicavano con precisione le grammature del vitto da somministrare ai detenuti secondo lo stato di salute: “sano”, “minorato”, “affetto da tubercolosi” e così via. Il comportamento dei ristretti, che fossero in attesa di giudizio o condannati in via definitiva, era descritto nei minimi particolari: dall’obbligo di assistere alle funzioni religiose cattoliche al modo in cui ci si doveva rivolgere alle guardie. Ai secondini e alle “autorità” si parlava dando del “lei”, in segno di rispetto; ma per richiamare un detenuto bastava un “voi”, ben più ruvido e impersonale. Il lavoro era obbligatorio e retribuito, mentre le infrazioni venivano punite con la dieta a pane e acqua e la notte trascorsa sul tavolaccio. Eravamo ben lontani dall’articolo 27 della Costituzione, che sancisce come “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Bisogna attendere il luglio 1975 perché si scriva, per la prima volta, che “i detenuti e gli internati sono chiamati o indicati con il loro nome”. Quell’anno – il 1975 –  fu un tempo di grandi mutamenti e di forte impulso riformatore. A marzo la legge n. 39 aveva anticipato la maggiore età da ventuno a diciotto anni; a maggio la riforma del diritto di famiglia sanciva la parità tra i coniugi, la potestà genitoriale (non più “patria potestà”) e i diritti dei figli nati fuori dal matrimonio. In luglio, infine, venne pubblicata la legge n. 354, Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, il cui decreto attuativo sarebbe stato emanato l’anno successivo. Non si trattava più di un semplice regolamento che lasciava ampia discrezionalità a chi dirigeva gli “stabilimenti penali”, ma di una legge vera e propria, che per la prima volta limitava in modo sostanziale il potere dell’amministrazione carceraria. Fin dall’articolo 1 si stabiliva che le persone detenute non dovessero essere private della loro identità e che venissero chiamate per nome. Il trattamento, inoltre, doveva tendere alla rieducazione del condannato anche attraverso i contatti con l’esterno. Le porte si aprivano simbolicamente: interno ed esterno cominciavano a comunicare. Da questa riforma possiamo ricavare almeno tre salti qualitativi che ancora oggi ne definiscono la portata storica e civile della legge: Il primo riguarda la centralità della persona detenuta. L’articolo 1 della legge 354/1975 afferma che il trattamento deve essere “conforme ad umanità” e “assicurare il rispetto della dignità della persona”, prevedendo che i detenuti siano “chiamati o indicati con il loro nome” e che il percorso penitenziario si ispiri a un principio rieducativo anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno. È la fine del numero di matricola e l’inizio del riconoscimento dell’identità: non più un soggetto da controllare, ma una persona con una biografia e una possibilità di rinascita. Il secondo salto è l’individualizzazione del trattamento, un principio che segna la rottura definitiva con l’uniformità punitiva del passato. Ogni percorso deve essere calibrato sulle caratteristiche del condannato, tenendo conto delle sue attitudini, capacità e bisogni. L’articolo 15 elenca gli elementi concreti del trattamento: istruzione, formazione professionale, lavoro, attività culturali, ricreative e sportive, esercizio della religione, contatti con la famiglia e con la società civile. In questa cornice, il detenuto diventa il centro del sistema, non più oggetto passivo ma soggetto attivo del proprio cambiamento. Il terzo salto qualitativo è l’apertura del carcere al territorio, attraverso la collaborazione dell’Amministrazione Penitenziaria con enti locali, associazioni, scuole, università, parrocchie e istituzioni culturali. La rieducazione, infatti, non è più confinata entro le mura dell’istituto, ma si alimenta del dialogo con la comunità esterna. L’articolo 28 della legge prevede la partecipazione di soggetti pubblici e privati alle attività educative, lavorative e culturali dei detenuti, ponendo le basi per una nuova visione: il carcere come parte integrante della società, non come suo scarto o confine. Questa prospettiva, già allora rivoluzionaria, anticipava la moderna concezione di giustizia riparativa. L’idea che la pena possa diventare uno spazio di restituzione sociale, di riconciliazione e di costruzione di competenze, non di mera espiazione, trovava qui le sue radici giuridiche. Non mancarono, tuttavia, le difficoltà di attuazione. Nei decenni successivi, sovraffollamento e carenza di risorse hanno ostacolato la diffusione di buone pratiche: secondo l’associazione Antigone, solo un detenuto su quattro partecipa ad attività formative o culturali. Eppure la legge 354 ha inciso nel profondo del diritto e della coscienza civile, restituendo nome e dignità a chi ne era stato privato. Col tempo, però, la spinta riformatrice si è affievolita. Già negli anni Ottanta la legge Gozzini del 1986 aveva segnato una svolta ambivalente: da un lato ampliava i percorsi di reinserimento, dall’altro introduceva nuovi dispositivi di controllo, come il regime di sorveglianza particolare (art. 14-bis). Negli anni Novanta, poi, gli articoli 4-bis e 41-bis dell’Ordinamento Penitenziario hanno consacrato la stagione dell’“involuzione securitaria”, privilegiando la difesa sociale rispetto alla funzione rieducativa. Da allora l’asse culturale dell’esecuzione penale si è spostato: i diritti hanno ceduto terreno alla sicurezza, e il carcere rischia di tornare a essere strumento di paura più che di rinascita. La giurisprudenza costituzionale ha tentato di arginare queste derive: oltre duecento sentenze dal 1975 a oggi hanno progressivamente ampliato la tutela dei diritti delle persone recluse. Dalla pronuncia n. 26 del 1999, che afferma la necessità di garantire la salute psichica del detenuto, alla n. 99 del 2019, che estende la possibilità dei benefici penitenziari anche a chi non collabora con la giustizia se prova di essersi dissociato dal crimine, la Corte ha costantemente riaffermato un principio: la dignità umana non è sospesa dalla condanna. Tuttavia, questo attivismo giurisprudenziale supplisce a una politica spesso inerte. Oggi, più che

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