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WEBINAR SAPERI 2026

Webinar sulla Cura Educativa in Carcere – Video integrale

Pubblicato il 12 Febbraio 2026

232 visualizzazioni su YouTube in oltre 90 minuti di webinar. Centoventi utenti collegate in diretta, distribuite su due room online per gestire l’afflusso tra docenti, dirigenti, educatori provenienti da Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Campania, Puglia, Calabria e altre regioni.

Il dato non è un orpello ma il primo racconto dell’evento del 10 febbraio dedicato alla presentazione interregionale del  Quaderno della ricerca La cura educativa in carcere. L’istruzione fra pena e rieducazione. Perché quando un tema come la scuola in carcere riesce a mobilitare un target così significativo allora significa che non stiamo parlando di una nicchia ma di una questione viva nel mondo educativo

Guarda il video integrale sul nostro canale: https://www.youtube.com/watch?v=ijjTRF9Ej1o&t=1229s

 

Le ferite come soglia

L’apertura sceglie un’immagine forte: un taglio di Lucio Fontana. La ferita che apre la superficie per far intravedere altro. È da qui che prende forma il dialogo: il carcere come luogo che obbliga ad andare oltre la crosta del reato e a interrogare ciò che sta sotto. La parola “ferite” non resta sospesa; viene abitata da Raffaella Di Rosa, giornalista del TG La7, che porta dentro il webinar lo sguardo dell’inchiesta e delle storie raccolte sul campo. Vite segnate molto prima dell’ingresso in una cella; biografie fragili che non chiedono indulgenza, ma complessità. Il carcere, in questa prospettiva, non è solo il luogo della pena; è un crocevia di fratture sociali, familiari, culturali.

Accanto alle ferite, la seconda parola chiave: “cura”. Corrado Cosenza  – curatore del quaderno – ne restituisce la densità pedagogica e istituzionale. Cura non come assistenza paternalistica, ma come responsabilità educativa che esige rigore. Significa uscire da una visione burocratica dell’istruzione in carcere e riconoscerla per ciò che è: uno spazio fragile ma reale di umanizzazione. Non promette scorciatoie; apre varchi.

La scuola che accade

Il secondo movimento dell’incontro entra nel cuore dell’esperienza: la parola “insegnante” diventa il centro della riflessione di Ivo Lizzola. In carcere, il docente non può essere un semplice trasmettitore di contenuti; è una figura di soglia. È l’adulto che si espone, che accetta la reciprocità asimmetrica della relazione educativa, che sa che ogni lezione è anche una prova di credibilità personale. In quei contesti, l’autorevolezza non si impone; si costruisce.

Subito dopo, il discorso tocca un terreno spesso rimosso: le emozioni soprattutto del docente della scuola penitenziaria. Annaletizia La Fortuna ricorda che la scuola in carcere è un ambiente ad alta intensità emotiva. Le emozioni non sono un elemento collaterale, ma strutturale. Ignorarle significherebbe rendere fittizio l’intero processo educativo. Pensarle, invece, significa dare loro forma, senza farsi travolgere. Il quadro si allarga con Pietro Buffa e la parola “globalizzazione”. Le aule penitenziarie non sono mondi separati; sono attraversate da migrazioni, disuguaglianze, marginalità. Le biografie che siedono tra i banchi raccontano processi sociali più ampi. La scuola in carcere diventa così un osservatorio privilegiato sulle fratture del nostro tempo.

Con Francesca Valenzi, il focus si sposta su “trattamento”. Una parola che rischia di suonare tecnica, ma che nel dibattito riacquista spessore costituzionale: l’istruzione non è un beneficio accessorio, ma parte integrante della funzione rieducativa della pena. Non un favore; un diritto. E senza scuola, la rieducazione resta slogan.

Esperienze che interrogano

Il terzo blocco dell’incontro scende sul terreno delle esperienze. “Rinascita” non viene proposta come formula consolatoria. È un processo fragile, fatto di inciampi, di tempo lungo. Nella testimonianza di Alessandro Crisafulli, ex studente della scuola in carcere, la scuola diventa soglia: attraverso la parola, la scrittura, lo studio, è stato possibile tornare a pensarsi come persona e non coincidere più definitivamente con l’errore. Non è retorica del riscatto; è un percorso. A chiudere questa parte, la parola “bellezza”, affidata ad Alfonsa Gucciardo. In carcere, la bellezza non è evasione; è resistenza simbolica. Leggere, disegnare, scrivere, creare significano restituire immaginazione e dignità. È uno spazio di libertà che nessuna porta blindata può del tutto confiscare.

Le domande che non fanno sconti

Il momento del dibattito conferma che non si è trattato di un evento autoreferenziale. Le domande dal pubblico sono dirette, concrete rivolte agli esperti:  Quali prospettive ha oggi il carcere come spazio educativo e non solo custodiale? Che cosa insegna la scuola carceraria ai docenti che vi lavorano? Come costruire fiducia in presenza di comportamenti oppositivi? Fin dove può spingersi la scuola sul piano educativo senza oltrepassare i confini di ruolo? Quali pratiche funzionano davvero con studenti segnati da fragilità comportamentali? Come coinvolgere il territorio nel reinserimento?

Interrogativi che non cercano slogan, ma strumenti di senso per comprendere meglio lo stato delle cose.

Oltre l’evento

Se si guarda ai numeri iniziali accennati all’inizio si potrebbe parlare di successo organizzativo ma sarebbe riduttivo, bisogna andare oltre:  Il dato più interessante è  la percezione condivisa che la scuola in carcere non sia un’appendice del sistema, ma un banco di prova della sua qualità democratica. Lì dove tutto è più difficile, l’educazione mostra il suo volto più nudo. La scuola in carcere apre #possibilità non ancora del tutto esplorate, come in conclusione sottolinea la direttrice del CRRS&S Lucia Pacini. Parlare di responsabilità, in relazione alla scuola in carcere, significa riconoscere che l’educazione non è mai un atto neutro. Ogni scelta didattica, ogni parola detta o taciuta, ogni relazione costruita o interrotta produce conseguenze. In carcere questo è ancora più evidente: nulla è “solo scuola”, nulla è separabile dal contesto di vita delle persone.

La responsabilità, allora, non coincide con il controllo, ma con la cura delle conseguenze delle nostre azioni educative.