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Giornata dell’alfabetizzazione digitale
#DIARIODIGITALE FORMAZIONE NOTIZIENon basta saper accendere un dispositivo. Non basta navigare tra app e piattaforme con la disinvoltura di chi è cresciuto con uno smartphone in mano. L’alfabetizzazione digitale — quella vera, quella che conta — è qualcosa di più esigente e, per certi versi, di più antico: è la capacità di interrogare ciò che si vede, di valutare ciò che si legge, di comprendere le implicazioni etiche di ciò che si fa ogni volta che si entra in rete. La Giornata internazionale per l’apprendimento digitale offre ogni anno l’occasione per riportare al centro del dibattito pedagogico una questione che troppo spesso rimane ai margini: non come si usa la tecnologia, ma come si abita il mondo digitale con consapevolezza critica. Una distinzione che non è sottigliezza teorica, ma differenza sostanziale tra un utente passivo e un cittadino pensante. Oltre la tecnica: il pensiero come bussola L’equivoco più diffuso nell’educazione digitale è di natura strumentale. Si tende a misurare la competenza digitale in termini di padronanza tecnica — saper usare un foglio di calcolo, costruire una presentazione, orientarsi tra le funzioni di un software — come se la familiarità con gli strumenti fosse già, di per sé, comprensione del mezzo. Ma la tecnologia non è neutrale, e l’ambiente digitale non è uno spazio innocente: è un ecosistema costruito da scelte progettuali, interessi economici, algoritmi che selezionano, amplificano e talvolta distorcono la realtà. Formare alla digitalizzazione critica significa dunque insegnare a valutare la credibilità di una fonte prima di condividerla, a riconoscere i meccanismi di manipolazione dell’informazione, a comprendere i rischi — per la privacy, per la reputazione, per il benessere psicologico — che abitano la rete. Significa, in ultima analisi, trasferire nell’ambiente digitale quelle stesse categorie di giudizio che da secoli la scuola coltiva nell’analisi dei testi, nella lettura della storia, nel ragionamento scientifico. La domanda che ogni insegnante dovrebbe porsi non è «i miei alunni sanno usare internet?», ma «i miei alunni sanno leggere internet?». Il ruolo dell’insegnante: mediatore e modello In questo scenario, il docente non è chiamato a essere un tecnico dell’informatica, né un esperto di cybersecurity. È chiamato a fare ciò che sa fare meglio: mediare tra l’esperienza del mondo e la sua comprensione critica. Portare in classe la domanda prima della risposta. Insegnare il dubbio come metodo. Questo implica una trasformazione del proprio profilo professionale che non è né automatica né indolore. Richiede la disponibilità a mettersi in discussione, a rivedere le proprie pratiche didattiche, a esplorare strumenti e contesti che spesso si collocano al di là della propria formazione iniziale. Ed è precisamente su questo terreno che si inserisce il contributo della Commissione europea con lo strumento SELFIE per gli insegnanti — uno strumento di autovalutazione che consente a ciascun docente di rispecchiare le proprie pratiche digitali, individuare i punti di forza e le aree di sviluppo, ricevere indicazioni personalizzate per crescere. Non un test, non una classificazione. Piuttosto, uno specchio. L’invito a guardarsi con onestà professionale e a trasformare quella consapevolezza in azione didattica. Integrare, non aggiungere Il rischio più concreto nell’approccio all’educazione digitale è quello dell’addizione: aggiungere un’ora di “cittadinanza digitale” al curricolo già sovraccarico, trattare le competenze digitali come un modulo separato, un adempimento formale da spuntare su una lista. Questo approccio non funziona, per la semplice ragione che il digitale non è un compartimento stagno della vita degli studenti: è l’aria che respirano, il contesto in cui costruiscono relazioni, identità, opinioni. L’integrazione efficace delle competenze digitali nell’apprendimento quotidiano passa invece attraverso la trasversalità: analizzare le fonti in storia come in scienze, riconoscere la propaganda visiva in una lezione di arte come in educazione civica, discutere di privacy e consenso in italiano come in tecnologia. La competenza digitale critica non si insegna: si pratica, si esercita, si incorpora nelle abitudini cognitive degli studenti attraverso una didattica consapevole e intenzionale. Una posta in gioco civile C’è una dimensione che eccede il perimetro scolastico e che vale la pena nominare con chiarezza. La capacità di orientarsi criticamente nell’ecosistema dell’informazione digitale non riguarda soltanto il rendimento scolastico o le prospettive professionali degli studenti: riguarda la tenuta democratica delle nostre società. Un’opinione pubblica incapace di distinguere un’analisi affidabile da un contenuto manipolato, una notizia verificata da una bufala costruita ad arte, è un’opinione pubblica esposta a rischi che la politica da sola non può contenere. La scuola — lo si dice troppo raramente, e con troppa poca convinzione — è il luogo in cui si forma il tessuto cognitivo della democrazia. Educare alla lettura critica del mondo digitale è, in questo senso, un atto politico nel significato più alto e più nobile del termine: contribuire alla formazione di cittadini che non delegano il pensiero agli algoritmi, ma lo esercitano come un diritto e come una responsabilità. In fondo, l’alfabetizzazione — in qualsiasi forma, su qualsiasi supporto — ha sempre avuto questa ambizione: non solo trasmettere strumenti, ma consegnare alle nuove generazioni la capacità di stare nel mondo con gli occhi aperti.
Leggi postIntelligenza Artificiale (AI): Le linee guida del Ministero
#DIARIODIGITALE MIM - USR - USTIl Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato la versione 1.0 delle Linee guida per l’introduzione dell’intelligenza artificiale nelle istituzioni scolastiche. Il documento, firmato il 9 agosto 2025, offre un quadro organico per portare l’IA nelle scuole in modo responsabile, trasparente e conforme alle norme europee e nazionali. Non è un manifesto, ma una cassetta degli attrezzi: principi, requisiti, metodo di lavoro e una governance che fa perno sulla piattaforma unica per mappare e monitorare i progetti delle scuole. Al centro c’è un modello in quattro pilastri: principi di riferimento (centralità della persona, equità, inclusione); requisiti etici, tecnici e normativi; un framework di implementazione per accompagnare le scuole lungo tutto il ciclo di progetto; comunicazione e governance, con la piattaforma unica come sportello interattivo per inserire le “schede progetto”, riusare esperienze e consentire al Ministero di vedere cosa accade – anche con dashboard e audit a campione. Tradotto: si progetta, si misura, si condivide; non si improvvisa. Sul piano dei diritti, le linee guida richiamano l’AI Act (il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale): sono classificati come ad alto rischio i sistemi usati per ammissioni, assegnazioni, valutazioni degli apprendimenti, definizione del livello di istruzione o controllo delle prove d’esame. Per questi l’uso è possibile solo con cautele stringenti, valutazioni d’impatto e sorveglianza umana adeguata. In più è vietata l’“emotion recognition”, cioè il riconoscimento delle emozioni, salvo necessità mediche o di sicurezza. La scuola è formalmente il deployer (chi introduce e utilizza il sistema) e ha obblighi specifici; i fornitori devono garantire qualità, documentazione, gestione dei dati e monitoraggio successivo all’uso. È la fine dell’idea di “prendiamo un’app e vediamo”: ora ogni scelta ha una responsabilità chiamata per nome. Privacy e protezione dei dati non sono un allegato, ma l’asse portante. Per i sistemi ad alto rischio la valutazione d’impatto sui diritti fondamentali (Fundamental Rights Impact Assessment, FRIA) va integrata nella valutazione d’impatto sulla protezione dei dati (Data Protection Impact Assessment, DPIA). Devono essere descritte finalità, durata, categorie di interessati, rischi, misure di sorveglianza umana e canali di reclamo. Se restano rischi elevati, scatta la consultazione preventiva del Garante per la privacy; la DPIA va aggiornata ogni volta che cambiano rischi, misure o processi. Il documento invita a guardare a una metodologia specifica del Consiglio d’Europa, pensata proprio per stimare gli impatti delle tecnologie su diritti, democrazia e stato di diritto. È qui che entra in gioco HUDERIA. HUDERIA HUDERIA è l’acronimo di Human Rights, Democracy and Rule of Law Impact Assessment (Valutazione d’impatto su Diritti Umani, Democrazia e Stato di diritto). È una metodologia sviluppata dal Consiglio d’Europa per valutare in modo sistematico l’impatto che una tecnologia – in particolare i sistemi di IA – può avere su tre dimensioni fondamentali della convivenza civile: Diritti umani: garantire che le tecnologie non violino diritti fondamentali come privacy, libertà di espressione, non discriminazione, protezione dei dati personali. Democrazia: verificare che l’introduzione di sistemi automatizzati non indebolisca la partecipazione democratica, la trasparenza delle decisioni pubbliche o il ruolo del controllo umano. Stato di diritto: assicurare che l’uso dell’IA non comprometta la legalità, l’uguaglianza davanti alla legge, la possibilità di ricorrere contro decisioni algoritmiche e il rispetto delle procedure. HUDERIA è quindi uno strumento di prevenzione: invita a riflettere prima di introdurre un sistema, a stimare i rischi e a predisporre contromisure. Solo in un secondo momento si procede con l’innovazione vera e propria. Questo rovesciamento della prospettiva – prima proteggere, poi sperimentare – rappresenta il “cambio di passo” sottolineato dalle Linee guida del Ministero. C’è poi una novità concreta per la vita scolastica: il “diritto di non partecipazione”. Gli strumenti – inclusi i grandi modelli linguistici (Large Language Models, LLM) – vanno configurati evitando trattamenti di dati personali degli studenti; niente salvataggio dei prompt, niente profilazione, nessun tracciamento. Se, anche indirettamente, si trattano dati di minori, la scuola deve informare in modo chiaro le famiglie prima di partire. In breve: prudenza operativa, trasparenza, configurazioni privacy-by-default. Il metodo proposto è pratico e, finalmente, sequenziale: Definizione (bisogno, coerenza con Piano triennale dell’offerta formativa, stakeholder); Pianificazione (piano di progetto, piano rischi, competenze interne/esterne); Adozione graduale con formazione e comunicazione; Monitoraggio in parallelo – sugli avanzamenti e sugli output dei sistemi – con rivalutazione periodica dei rischi; Conclusione con verifica degli obiettivi, lezioni apprese e rendicontazione sociale. La logica è ciclica e partecipata; la leadership del dirigente scolastico è esplicita, ma attraversa tutto l’istituto. Nelle applicazioni, le linee guida distinguono tre prospettive: IA al servizio degli studenti, a supporto dei docenti, a sostegno dell’organizzazione. Per gli studenti, l’enfasi è su personalizzazione, accessibilità, feedback tempestivi e sviluppo del pensiero critico; con un caveat netto: vietati strumenti di sentiment analysis e massima attenzione a non scambiare l’autorevolezza apparente dei modelli per verità di fatto. Per docenti e personale amministrativo, l’IA è leva per progettazione, semplificazione dei processi, gestione documentale e comunicazioni periodiche; resta centrale la spiegabilità delle decisioni algoritmiche e la documentazione interna per eventuali audit. La governance non finisce nel perimetro della singola scuola. Il Ministero annuncia decreti successivi – sentito il Garante – per definire meglio modalità operative e iniziative di formazione; le linee guida saranno rese e mantenute aggiornate in forma interattiva sulla piattaforma unica. È una promessa di manutenzione normativa e tecnica, oltre che un invito a non procedere in ordine sparso. Perché tutto questo conta? Perché riconosce lucidamente la doppia natura dell’IA a scuola: opportunità potente per inclusione e qualità, rischio concreto di intrusione e discriminazione se progettata male. Il documento tiene insieme entrambe le cose: spinge sull’innovazione, ma chiede regole, competenze e valutazioni periodiche; chiede trasparenza e coinvolgimento della comunità scolastica, non automatismi calati dall’alto; mette il dirigente nella posizione di guida, ma responsabilizza fornitori, docenti, famiglie e studenti. In altre parole: l’IA entra in classe, ma bussa; e la porta si apre solo dopo aver controllato serrature, luci e uscite di sicurezza. In sintesi operativa per le scuole: partire da un bisogno chiaro e coerente con il Piano triennale dell’offerta formativa; progettare con stakeholder e piano rischi in mano; scegliere soluzioni spiegabili
Leggi postDiario Digitale 5 – Pensiero Creativo e Computazionale
#DIARIODIGITALELe competenze digitali sono oggi una questione di sopravvivenza culturale e competitività economica. L’indagine ICILS 2023, presentata dall’Invalsi, ha messo in luce aspetti fondamentali del livello delle abilità digitali degli studenti italiani, rivelando una serie di sfide, ma anche importanti opportunità per il nostro sistema educativo. Uno dei risultati più interessanti riguarda il cosiddetto “sorpasso delle ragazze”. Le studentesse italiane dimostrano una capacità superiore rispetto ai coetanei maschi nel valutare criticamente le informazioni reperite online. Con un punteggio medio di 500 punti nella scala delle competenze digitali (CIL), superano i ragazzi di ben 18 punti. Questo divario ci indica chiaramente che il potenziale delle studentesse va valorizzato con politiche formative mirate, in grado di promuovere l’uso della tecnologia e incentivare la partecipazione femminile a carriere digitali. Per l’Italia, si tratta di un’opportunità cruciale per ridurre il gender gap nel settore tecnologico. Tuttavia, il divario digitale in Italia non si limita alle differenze di genere. Esiste un evidente squilibrio territoriale tra Nord e Sud. Nel Nord, oltre la metà degli studenti raggiunge almeno il livello 2 della scala CIL, mentre nel Sud e nelle Isole solo un quarto degli studenti riesce a raggiungere questo livello. Questo quadro evidenzia la necessità di investire in infrastrutture digitali, come la connessione internet veloce, e di formare docenti capaci di integrare la tecnologia in maniera inclusiva. La riduzione delle disuguaglianze regionali è fondamentale per garantire un futuro equo a tutti gli studenti italiani. Un altro elemento interessante è l’influenza del background culturale familiare sulle competenze digitali degli studenti. La presenza di libri in casa è risultata essere un indicatore estremamente significativo. Gli studenti che possiedono più di 26 libri in casa ottengono punteggi mediamente superiori di 40 punti rispetto a quelli che ne hanno meno. Questo dato dimostra quanto sia importante promuovere la lettura come strumento per sviluppare il pensiero critico, un elemento indispensabile per affrontare le sfide del mondo digitale in modo consapevole. Un’altra competenza cruciale è il pensiero computazionale. Dal 2018, l’indagine ICILS ha iniziato a valutare anche questa abilità, considerata una delle nuove frontiere per il successo nel mondo del lavoro futuro. Ma che cos’è esattamente il pensiero computazionale? Si tratta di affrontare un problema complesso, scomponendolo in parti più piccole e identificando schemi e modelli che possono essere replicati per trovare soluzioni. È una forma di pensiero logico, una sorta di “logica algoritmica”, che rappresenta una competenza imprescindibile per i giovani che si troveranno a vivere in un mondo sempre più digitalizzato. I risultati del 2023 hanno mostrato un punteggio medio degli studenti italiani pari a 482 punti, in linea con la media internazionale. Tuttavia, è fondamentale continuare a investire in quest’ambito per ridurre le disparità regionali e garantire che tutti gli studenti possano sviluppare appieno queste abilità. Parallelamente, l’OCSE ha introdotto una rilevazione sul pensiero creativo (Creative Thinking) che rivela ulteriori sfide per il sistema educativo italiano. L’Italia si posiziona nelle retrovie rispetto a paesi come Singapore, Corea del Sud e Australia, ma mostra un lieve miglioramento. Le ragazze superano ancora una volta i ragazzi, seppur con un vantaggio più contenuto rispetto alla media OCSE, segnalando una predisposizione maggiore verso compiti impegnativi e un forte senso del dovere. Anche in questo caso, è necessario un impegno costante per ridurre il divario e migliorare le performance degli studenti. Il contesto nazionale mostra, ancora una volta, dinamiche già note: Nord e Centro in testa, Sud e Isole in difficoltà, con eccezioni positive come il Sud Isole che supera il Sud continentale. Le disparità economico-sociali influiscono meno sui risultati rispetto ad altre rilevazioni, ma continuano comunque a limitare l’emergere delle eccellenze. Il pensiero creativo, nonostante le difficoltà, offre nuove opportunità di crescita, dimostrando che questa abilità può essere sviluppata attraverso una formazione mirata, senza essere prerogativa esclusiva dei cosiddetti “geni creativi”. Investire nelle competenze digitali significa investire nel futuro del Paese. I dati dell’ICILS 2023 ci mostrano una realtà fatta di miglioramenti e ostacoli ancora da superare. Da una parte, il punteggio medio è cresciuto, passando da 461 punti nel 2018 a 491 nel 2023; dall’altra, restano disuguaglianze di genere, regionali e socio-economiche. Colmare questi divari è essenziale per garantire che tutti i giovani possano diventare cittadini digitali consapevoli e critici, in grado di partecipare attivamente alla vita del Paese. Il futuro delle competenze digitali in Italia richiede una visione inclusiva e mirata: una scuola che mira a migliorare le abilità digitali è una scuola che investe nella democrazia, nell’uguaglianza di opportunità e nella partecipazione attiva. I dati dell’ICILS sono un campanello d’allarme, ma anche un’opportunità da cogliere. Migliorare significa crescere insieme, senza lasciare indietro nessuno. Solo così potremo costruire un futuro realmente equo e digitale per tutti.
Leggi postDiario Digitale 4 – IT Wallet arriva in Italia
#DIARIODIGITALEIl 15 luglio 2024 segnerà l’inizio di una nuova era per la gestione dei documenti personali in Italia con l’avvio della sperimentazione di IT-Wallet. Questo portafoglio digitale, integrato nell’app IO, mira a semplificare l’accesso e la gestione di documenti come la patente di guida e la tessera sanitaria. Questa innovazione rappresenta un passo significativo verso la digitalizzazione dei servizi pubblici, ma non è esente da polemiche e preoccupazioni. T-Wallet è una soluzione tecnologica che consente di conservare e gestire documenti personali direttamente sul proprio smartphone. Attraverso l’app IO, già utilizzata da milioni di italiani per accedere a vari servizi della pubblica amministrazione, gli utenti potranno caricare e conservare la patente di guida e la tessera sanitaria in formato digitale. L’accesso avverrà tramite SPID o CIE, garantendo così un elevato livello di sicurezza e autenticità. Per utilizzarlo, basterà scaricare l’app IO, disponibile sia su dispositivi Android che iOS, e autenticarsi utilizzando SPID o CIE. Una volta effettuato l’accesso, sarà possibile caricare i documenti digitali nella sezione dedicata del portafoglio digitale. Questo sistema non solo semplifica l’accesso ai documenti, ma offre anche una maggiore sicurezza grazie all’uso di protocolli avanzati per la protezione dei dati personali. Uno dei principali vantaggi di IT-Wallet è la riduzione della burocrazia. Con i documenti essenziali sempre a portata di mano, le interazioni con la pubblica amministrazione diventano più rapide ed efficienti. Tuttavia, la sicurezza dei dati rimane una priorità assoluta. IT-Wallet utilizza tecnologie avanzate per proteggere le informazioni personali degli utenti, minimizzando i rischi di frodi e accessi non autorizzati. Un sondaggio recente ha rivelato che il 44% degli italiani è interessato a utilizzare IT-Wallet per gestire i propri documenti digitali. Questo entusiasmo è alimentato dalla comodità e dalla sicurezza offerte da questa innovazione, che promette di rivoluzionare il modo in cui interagiamo con i nostri documenti quotidiani. Se la fase di sperimentazione darà risultati positivi, IT-Wallet sarà esteso a tutti i cittadini entro gennaio 2025. Le critiche dei “retroscenisti” Nonostante le aspettative positive, IT-Wallet non è immune da critiche e polemiche. Alcuni esperti di sicurezza informatica hanno sollevato preoccupazioni riguardo alla protezione dei dati personali e alla vulnerabilità agli attacchi hacker. Inoltre, c’è stato un acceso dibattito su chi avrà accesso ai dati raccolti e come verranno utilizzati, sollevando questioni di privacy e controllo. Durante la pandemia, il Green Pass aveva suscitato numerose teorie del complotto, molte delle quali ora riemergono in relazione all’IT-Wallet. Alcuni sostengono erroneamente che la patente digitale possa diventare un nuovo “Green Pass” pericoloso, utilizzato dallo Stato per controllare e bloccare i cittadini. Questa idea è infondata, poiché la patente digitale non ha nulla a che fare con i dati sanitari o le vaccinazioni e non conferirà allo Stato nuovi poteri di controllo. Alcuni temono che le persone possano essere “disattivate” da remoto, una paura che richiama le bufale circolate durante la pandemia sui vaccini. L’idea che un documento digitale possa essere utilizzato per bloccare tutti i dati di una persona è pura fantascienza. Attualmente, i documenti cartacei già hanno una controparte digitale nei database delle forze dell’ordine. Guardare al futuro È importante sottolineare che IT-Wallet non sarà obbligatorio. La partecipazione è completamente volontaria e, almeno nella fase sperimentale, sarà limitata a un numero ristretto di cittadini. Questo contrasta nettamente con le teorie che vedono nell’IT-Wallet uno strumento di imposizione e controllo. Guardando al futuro, IT-Wallet rappresenta un passo verso una cittadinanza digitale più consapevole e competente. Questa innovazione non solo semplifica la gestione dei nostri documenti, ma ci prepara anche a un mondo sempre più interconnesso e digitalizzato. Coltivare la competenza digitale sarà essenziale per sfruttare appieno le opportunità offerte dalla tecnologia e per garantire che tutti possano beneficiare di questi avanzamenti. Il futuro è digitale, e con IT-Wallet siamo pronti a coglierlo. Per approfondire innovazione.gov.it geopop.it/it-wallet-dal-15-luglio-patente-e-tessera-sanitaria-nel-portafoglio-digitale-sullapp-io-cose-come-funziona/
Leggi postDiario Digitale 3 – Venti anni di Facebook (ma non solo…)
#DIARIODIGITALENel cuore di Harvard, nel freddo febbraio del 2004, un giovane studente universitario di nome Mark Zuckerberg lanciava un sito web destinato a rivoluzionare l’interazione umana. Quel sito era Facebook, allora noto come “Facemash” e successivamente “Thefacebook”, prima di assumere il nome attuale senza l’articolo. Da quel momento, il mondo non è stato più lo stesso. Vent’anni sono trascorsi da quel momento epocale, e Facebook si è trasformato in una delle piattaforme più influenti e dibattute della storia moderna. Mentre celebriamo questo anniversario, è fondamentale non solo riflettere sulle glorie passate del social media, ma anche guardare avanti con occhi critici e consapevoli. Il percorso di Facebook è stato una combinazione di successo e controversie. Ha creato connessioni, rinforzato amicizie e aperto nuove opportunità, ma ha anche affrontato problemi legati alla violazione della privacy, alla diffusione di disinformazione e all’abuso della piattaforma. Oggi, nel 2024, Facebook si trova di fronte a sfide significative. La fiducia del pubblico è stata erosa dagli scandali e dalle polemiche, mentre la concorrenza di altre piattaforme e l’attenzione crescente verso la privacy online minacciano il suo dominio. Tuttavia, il futuro di Facebook non è predestinato. C’è ancora spazio per un cambiamento positivo, se la piattaforma abbraccia una nuova visione basata sulla responsabilità, sulla trasparenza e sull’empowerment degli utenti. Vent’anni dopo la sua nascita, Facebook è diventato un riflesso della nostra società, con il potere di influenzare opinioni, modellare comportamenti e plasmare il nostro mondo digitale e oltre. Mentre ci addentriamo nei prossimi vent’anni di Facebook, è fondamentale essere consapevoli dell’importanza e dell’impatto della piattaforma. Siamo chiamati a interrogarci su come vogliamo utilizzare questa potente tecnologia e su quale futuro vogliamo costruire insieme. Oggi, Facebook festeggia i suoi vent’anni, ma il panorama dei social media è molto più vasto. Dal lancio di Instagram nel 2010, che ha rivoluzionato la condivisione di foto e video, all’ascesa di Pinterest nel 2012, una piattaforma dedicata all’organizzazione di idee e ispirazioni, il mondo dei social media continua a evolversi. Nel 2016 è arrivato TikTok, con i suoi video brevi e virali, diventando rapidamente un punto di riferimento per la cultura pop e la creatività digitale. Twitter, fondato nel 2006, ha introdotto il concetto di “tweet” e trasformato la comunicazione in tempo reale. E non possiamo dimenticare YouTube, che nel 2005 ha rivoluzionato il consumo di contenuti video online, offrendo una vasta gamma di contenuti per soddisfare ogni interesse e passione. In conclusione, mentre celebriamo i vent’anni di Facebook e esploriamo l’evoluzione dei social media nel corso degli anni, è importante mantenere un approccio critico e consapevole. Siamo pronti ad affrontare le sfide e a plasmare un futuro digitale più sano e sostenibile per tutti noi? La risposta sta nelle nostre azioni e nelle scelte che facciamo ogni giorno.
Leggi postDiario Digitale 2 – Le regole UE per l’intelligenza artificiale
#DIARIODIGITALEL’intelligenza artificiale (IA) sta rivoluzionando il mondo con il suo impatto in costante crescita. L’IA rappresenta l’uso della tecnologia digitale per creare sistemi in grado di compiere compiti tradizionalmente associati all’intelligenza umana. Sebbene questa tecnologia non sia una novità assoluta, negli ultimi tempi ha fatto passi da gigante grazie ai progressi nella potenza di calcolo dei computer e all’abbondanza di dati a disposizione. In pochi mesi, abbiamo assistito all’ascesa di notevoli innovazioni, tra cui la celebre CHAT GPT di OpenAI, che sta sfidando concorrenti del calibro di BING AI di Microsoft e BARD di Google. Ma non si tratta solo di assistenti virtuali. Strumenti sofisticati per la creazione di contenuti testuali, audio e video, come Mid Journey per le immagini e Pictory per i video, stanno emergendo, e le grandi aziende tech stanno investendo ingenti risorse per istruire supercomputer in grado di eseguire operazioni complesse in pochi istanti. Tuttavia, con l’innovazione arrivano anche nuove sfide e domande etiche. Alla luce di questo, il Parlamento e il Consiglio europeo hanno lavorato instancabilmente per raggiungere un accordo storico sull’AI Act, la prima legge al mondo che affronta in modo completo lo sviluppo del settore. Questo posiziona l’Unione Europea all’avanguardia nella regolamentazione dell’intelligenza artificiale, superando gli Stati Uniti e la Cina. L’AI Act si concentra sulla promozione di un’IA etica e responsabile, con principi chiave che includono sicurezza, trasparenza e rispetto dei diritti umani. Affronta questioni cruciali come la privacy, la non discriminazione, la trasparenza nelle decisioni algoritmiche e la sicurezza dei dati personali. Il sistema di classificazione proposto suddivide gli applicativi di IA in quattro categorie di rischio, dall’uno al quattro, determinando il livello di regolamentazione necessario. Questo garantisce un equilibrio tra innovazione e protezione dei cittadini. Le pratiche vietate includono l’uso di caratteristiche sensibili per la categorizzazione biometrica, la raccolta non mirata di immagini del volto per scopi di riconoscimento, il monitoraggio delle persone sul posto di lavoro e nelle scuole, il social scoring e tecniche manipolative. Sebbene l’UE stia dimostrando di essere un leader globale nell’approccio all’IA centrata sull’umano e responsabile, la sua implementazione potrebbe rappresentare una sfida per le piccole e medie imprese. Pertanto, l’armonizzazione delle regolamentazioni a livello internazionale rimane cruciale per garantire che l’innovazione e il commercio non subiscano ostacoli. Il Commissario UE al mercato, Thierry Brethon, non esagera nel definire questo passo storico nella regolamentazione dell’IA.
Leggi postDiario Digitale 1 – Selfie for Teachers (Podcast)
#DIARIODIGITALE Da novizio a pioniere, o, se preferite, da principiante a super esperto. Insegnanti, dove collocate le vostre competenze digitali? In questa epoca del Decennio Digitale Europeo (dal 2020 al 2030), i docenti di tutta Europa stanno mettendo alla prova le proprie competenze digitali. In uno sforzo di autovalutazione nel quadro della trasformazione digitale dell’istruzione, i dirigenti scolastici italiani stanno incoraggiando i loro insegnanti a partecipare a test di autovalutazione tramite la piattaforma SELFIE FOR TEACHERS. È un’istantanea di quanto gli educatori possano realizzare nel mondo digitale. La pandemia ha già spinto il settore scolastico verso l’apprendimento online, e ora si cerca di mappare il grado di competenza raggiunto. Al di là degli eventi legati alla pandemia, gli obiettivi per consolidare le competenze digitali nell’ambito educativo sono stabiliti dal DigCompEdu, un modello per tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Il DigCompEdu, o Quadro Europeo delle Competenze Digitali per l’educazione, è la bussola che guida gli insegnanti nella navigazione del mondo digitale. Declinazione squisitamente educativa del quadro europeo per le competenze digitali (DigComp), il DigCompEdu offre un percorso dettagliato per sviluppare competenze digitali nell’ambito educativo. [pdfjs-viewer url=”https://www.saperinrete.cloud/wp-content/uploads/2023/11/Diario-digitale_1-1.pdf” attachment_id=”13649″ viewer_width=100% viewer_height=400px fullscreen=true download=true print=true] In Italia, il quadro DigCompEdu è incorporato nelle Linee Guida per la Didattica Digitale Integrata (DDI) del Ministero dell’Istruzione e nel Programma Formare al Futuro per la formazione del personale scolastico. SELFIE for Teachers è un questionario composto da 32 item, riflettenti le 22 competenze del DigCompEdu, suddivise in 6 livelli di progressione. La compilazione offre un riscontro immediato, consentendo agli insegnanti di valutare le proprie competenze durante il processo e ricevere, al termine, un rapporto personalizzato con suggerimenti per migliorare e raggiungere il prossimo livello di competenza. Attraverso SELFIE for Teachers è possibile anche confrontare i progressi nel tempo e a livello nazionale/europeo con altri insegnanti. Questo strumento gratuito, disponibile online, offre agli insegnanti uno spazio di riflessione sul loro utilizzo delle tecnologie digitali nella pratica professionale. È un passo timido verso ciò che potremmo chiamare SPID europeo, un sistema di autenticazione che potrebbe unificare l’accesso a servizi cittadini in tutto il continente. In futuro, si prospetta un unico SPID per tutti i paesi dell’Unione, garantendo l’identificazione del cittadino e consentendo, con tutela dei dati e della privacy, di accedere a servizi e documenti in tutta l’Unione. Ma di questo SPID Europeo ne parleremo in una puntata futura di questo diario digitale. Nel frattempo, invitiamo docenti ed educatori a sperimentare i test tramite i link di seguito Che dire… buon test a tutti e alla prossima puntata Test 1: https://europa.eu/europass/digitalskills/screen/home?lang=it&referrer=epass&route=%2Fit Test 2: https://educators-go-digital.jrc.ec.europa.eu/dce/group/participant?s=7QrQv7t Per saperne di più Sito Ufficiale della Commissione Europea: DigCompEdu Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR): Linee Guida per la Didattica Digitale Integrata (DDI) Programma Formare al Futuro: https://scuolafutura.pubblica.istruzione.it/ Esplorando questi siti, avrai accesso a documenti ufficiali, linee guida, e risorse che ti forniranno una comprensione approfondita del DigCompEdu, dei suoi principi e dell’implementazione pratica nelle scuole.
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