Stiamo Freschi – Podcast

Il podcast che esplora il mondo dell’istruzione all’interno delle carceri italiane. In ogni episodio, ci addentriamo nelle storie, nelle sfide e nelle opportunità che caratterizzano il percorso educativo di chi è detenuto, mostrando come l’istruzione possa rappresentare una via di riscatto e rinascita.
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Stiamo Freschi 3 – I corsi universitari per i detenuti
“La scuola è aperta a tutti. […] I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.” Così recita l’articolo 34 della nostra Costituzione. Se la scuola primaria e la scuola secondaria di primo e secondo grado sono un dovere, i “livelli più alti” diventano un diritto per i capaci e per i meritevoli. Tra questi capaci e meritevoli ci sono 1458 detenuti in un centinaio di istituti penitenziari in Italia. Questi sono infatti gli iscritti in condizioni di detenzione ai corsi universitari nell’anno accademico 2022/2023, secondo i dati forniti dalla Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari (CNUPP). La CNUPP e la Demografia degli Studenti Detenuti Fondata nel 2018 come organo della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI), la CNUPP coordina l’attività di 44 atenei che operano in circa 100 istituti penitenziari. Gli studenti ristretti sono per la stragrande maggioranza uomini, con le donne che rappresentano solo il 3,6% del totale, rispecchiando la percentuale di donne detenute a livello nazionale. Due terzi degli iscritti ai corsi universitari ha un’età compresa tra i 36 e i 55 anni, in linea con la fascia di età prevalente tra i detenuti. Circa il 10% degli iscritti ha più di 55 anni, corrispondendo anch’essi alla percentuale dei detenuti di età simile. Solo il 18% degli iscritti ha meno di 36 anni, una fascia che rappresenta quasi il 30% della popolazione carceraria. Questo dato suggerisce che molti giovani detenuti non accedono ai corsi universitari per la mancanza del diploma di scuola secondaria di secondo grado. Il titolo di studio di quasi la metà dei detenuti è sconosciuto, e solo il 9% possiede un diploma di scuola superiore o un titolo post licenza media. Questo riflette un quadro in cui la popolazione carceraria include fasce sociali più deboli, evidenziando un nesso chiaro tra livello sociale, dispersione scolastica e detenzione. Poco meno del 90% degli studenti universitari detenuti è di nazionalità italiana, mentre il restante 10% comprende principalmente cittadini albanesi, marocchini e tunisini. Accesso e Partecipazione ai Corsi Universitari La frequenza ai corsi è garantita a tutti i detenuti, inclusi 39 studenti in regime di 41-bis e 427 in regime di massima sicurezza. Questo è un segnale positivo, testimoniando un sistema penitenziario che riesce a garantire il diritto allo studio anche in condizioni difficili. Il 22% degli studenti ha scelto facoltà di area scientifica, prevalentemente nell’area agroalimentare, con una piccola percentuale iscritta a medicina. La maggior parte degli iscritti si distribuisce nelle aree politico-sociali. Le regioni con il maggior numero di studenti universitari detenuti sono Lazio, Lombardia e Toscana, dove il Terzo Settore è particolarmente attivo. Gli atenei con il maggior numero di iscritti sono la Statale di Milano, la Federico II di Napoli, l’Università di Torino e Roma Tre. Nel 2022, il 61% degli studenti ha ottenuto da 10 a 25 CFU o più, 41 hanno conseguito la laurea triennale e 10 la laurea magistrale. Dal 2018, il numero degli iscritti ai corsi universitari è quasi raddoppiato, così come il numero degli studenti al 41-bis. La collaborazione tra istituti penitenziari e atenei è migliorata, con convenzioni che permettono lo studio continuo anche in caso di trasferimento degli studenti. Questo sforzo organizzativo ha prodotto risultati incoraggianti, nonostante le difficoltà. Per Approfondimenti CNUPP – Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari Garante Nazionale delle Persone Private della Libertà Personale CRUI – Conferenza dei Rettori delle Università Italiane I dati indicano che il carcere offre un accesso significativo alla formazione universitaria. L’università e il carcere, lavorando insieme, offrono prospettive inedite e sorprendenti, tracciando un percorso di inclusività e apertura che sta cambiando entrambi. Per i capaci e i meritevoli, qualunque sia la condizione di detenzione, è possibile intraprendere studi universitari, dimostrando che l’istruzione è un diritto inviolabile che può fiorire anche nelle situazioni più avverse. Alfonsa Gucciardo – Redattrice (Cpia 2 Varese Tullio De Mauro)
Stiamo Freschi 2 – Andrea si è perso
Andrea s’è perso, e non sa tornare… Noi siamo insegnanti, e il nostro lavoro, oltre a quello descritto dal participio presente che ci definisce, è anche quello di raccogliere storie, di viverle con i nostri studenti, di portarle con noi nel nostro lavoro e nella nostra vita. A volte queste storie sono belle, addirittura edificanti, piccole storie di difficoltà superate, o di situazioni critiche affrontate con coraggio e determinazione, storie di riscatto e di successo. La storia di Andrea è brutta, senza lieto fine, e anzi con un finale drammatico. Però è attraversata da una lama di luce che qualcuno ha avuto la fortuna di vedere per e con lui. E’ per questa ragione che la storia di Andrea non deve andare persa. Andrea è (era) uno dei detenuti della Casa Circondariale di Varese che hanno partecipato al corso di modellazione e scultura che lo scultore Ignazio Campagna ha tenuto l’anno scorso, portato dai volontari dell’Auser. I lavori prodotti sono stati esposti presso la biblioteca dell’Istituto Comprensivo “Anna Frank” di Varese, e diverse opere di Andrea sono state selezionate. Addirittura suo è il logo della mostra. Andrea era detenuto a Varese per scontare una pena non troppo lunga, che era quasi giunta al termine. Era stato condannato per violenze domestiche, in una vita che con lui era stata violenta in tanti modi e per tanto tempo Ma non aveva spento in lui quella luce che gli permetteva di vedere il bello. Era giovane, poco più che trentenne, e avrebbe dovuto scontare ancora pochi mesi presso una comunità di accoglienza. Per questo era stato trasferito alla Casa Circondariale di Busto Arsizio, da dove poi sarebbe stato inviato in Comunità. Ma Andrea ha in bocca un dolore, la perla più scura. Quel giorno un altro detenuto era morto, per cause naturali. Sì, succede anche questo, come in tutte le comunità umane. Nell’immaginabile scompiglio che questo evento infausto deve avere causato, nell’agitazione generale, nella cronica mancanza di personale che affligge i nostri istituti di reclusione e di pena, nessuno si è accorto di Andrea. Il secchio gli disse “Signore, il pozzo è profondo, più fondo del fondo degli occhi della notte e del pianto.” Lui disse: “mi basta che sia più profondo di me”. Alfonsa Gucciardo – Cpia 2 Varese No man is an island, entire of itself; every man is a piece of the continent, a part of the main. If a clod be washed away by the sea, Europe is the less, as well as if a promontory were, as well as if a manor of thy friend’s or of thine own were: any man’s death diminishes me, because I am involved in mankind, and therefore never send to know for whom the bell tolls; it tolls for thee. (John Donne, Med. XVII) L’Italia è un Paese dove, in generale, ci si suicida poco. Il tasso di suicidi tra la popolazione libera è stata, secondo i dati ISTAT del 2018, del 6,3 per 100.000 abitanti, ed è in discesa nell’ultimo triennio. Lo stesso tasso è 20 volte superiore nella popolazione in carcere. Il dato è impressionante. Secondo l’OMS l’Italia è il Paese europeo con la maggiore distanza fra l’incidenza del suicidio fra le persone libere rispetto a quelle incarcerate, tanto che i suicidi costituiscono un terzo del totale delle morti in carcere. Se prendiamo a paragone la Spagna, che ha un tasso di suicidi fra la popolazione libera di poco superiore a quello dell’Italia, il rapporto con il tasso di suicidi fra la popolazione in carcere e la popolazione libera è in rapporto di 5 a 1. I suicidi sono aumentati, come numero assoluto, nel biennio della pandemia, com’è facile comprendere, anche a causa dell’isolamento ulteriore: tutti i contatti con l’esterno sono stati eliminati, e non sempre i colloqui con i familiari sono stati sostituiti dalle videochiamate. La situazione di deprivazione sociale e affettiva, già insita nella condizione di ristretto, si è ulteriormente aggravata. Ai dati sui suicidi in carcere occorre poi aggiungere i dati, altrettanto impressionanti, sui tentati suicidi e sugli atti di autolesionismo. Classificati come “eventi critici”, gli atti di autolesionismo sono in netto aumento, essendo passati dal 17,8% di tutti gli eventi critici del 2016 al 24,3% del 2022. Gli atti di autolesionismo, in particolare, vengono messi in atto nel 60% dei casi dalle persone straniere in carcere. Infine, se consultiamo la “pagella” che l’agenzia SPACE I dà all’Italia, vediamo che il tasso di detenuti per 100.000 abitanti risulta “BASSO”. Nonostante questo, sappiamo che il tasso di sovraffollamento delle carceri italiane è del 118%, e in Lombardia è del 138% (dati al 31 marzo 2023). Coerentemente, SPACE valuta come “ALTA” la densità di popolazione; il tasso di detenuti di origine straniera è “MOLTO ALTA”, cioè superiore di più del 25% rispetto alla media europea; “ALTI” sono anche i dati che riguardano i detenuti in attesa di giudizio e il tasso di suicidi. Il rapporto fra detenuti e agenti è invece “MEDIO”. I suicidi avvengono più spesso fra coloro che entrano per la prima volta in carcere, e, curiosamente, fra coloro che più sono prossimi al termine della condanna. Per questi ultimi gioca probabilmente il disorientamento di una vita da ricominciare daccapo, l’incertezza degli affetti e della situazione che dovranno affrontare una volta usciti dal carcere. Secondo l’OMS in carcere si concentrano gruppi di popolazione particolarmente vulnerabili al suicido, a causa delle condizioni svantaggiate dal punto di vista economico, sociale, educativo e di salute. Fra le condizioni più pericolose si possono indicare fra le altre: la depressione, diffusa fra i ristretti; i tentativi di suicidio sono puniti con l’isolamento nella cosiddetta “cella liscia”, cioè una cella priva di arredi, a parte una brandina. Non è certo la condizione migliore in cui porre una persona che soffre per il contesto in cui si trova; il trauma di ingresso, a cui ora si cerca di porre un argine con una procedura di accoglienza nei confronti dei nuovi arrivi; alcuni fattori psicosociali: tra i detenuti suicidi sono abbastanza comuni l’inconsistenza
Stiamo Freschi 1 – La legge “Smuraglia”
Se nel 1948 l’articolo 27 della Costituzione sancisce che la pena detentiva deve tendere alla rieducazione del condannato, è la legge 354 del 1975, art.15 a specificare che il lavoro è parte integrante del processo di rieducazione, e che alla persona detenuta “è assicurato il lavoro”. L’articolo 20 della stessa legge specifica poi le caratteristiche del lavoro svolto dalla persona ristretta: “Il lavoro non ha carattere afflittivo ed è remunerato” e “L’organizzazione e i metodi del lavoro penitenziario devono riflettere quelli del lavoro nella società libera al fine di far acquisire ai soggetti una preparazione professionale adeguata alle normali condizioni lavorative per agevolarne il reinserimento sociale.” Come ogni norma quadro, vi erano stati dei riferimenti precedenti: all’art.2 del decreto legge 124/2018 “Modifica alle norme sull’ordinamento penitenziario in tema di lavoro penitenziario”, poi, il lavoro delle persone in carcere è infine esplicitamente equiparato a quello di qualunque altro lavoratore. Dunque l’attività lavorativa in carcere non è obbligatoria, non ha carattere afflittivo, ma esclusivamente rieducativo, e il lavoratore detenuto gode di tutte le tutele previste per i lavoratori. Giungiamo, dopo un primo richiamo in avvio di queste righe alla legge 193/2000 – la cosiddetta legge Smuraglia appunto, nella quale ( e qui il punto qualificante) si istituisce – a favore dei fragili lavoratori detenuti – un regime fiscale e contributivo agevolato per i datori di lavoro esterni. L’articolo 3 prevede anche sgravi fiscali, estesi a un periodo dopo il termine della detenzione del lavoratore, per le aziende che garantiscano contratti non inferiori ai 30 giorni. All’art.5 della stessa legge prevede che per lavorare o per assumere incarico socio presso le cooperative sociali “non si applicano incapacità derivanti da condanne penali o civili”. Le cooperative sociali poi non sono soggette alle “aliquote complessive della contribuzione per l’assicurazione obbligatoria previdenziale ed assistenziale”, mentre le aziende pubbliche o private che organizzano attività produttive o di servizi ne pagano solo una percentuale. In questo modo si intendeva rendere “conveniente” per il datore di lavoro assumere lavoratori detenuti. Il minor costo del lavoro avrebbe dovuto incentivare le assunzioni o quanto meno i progetti formativi propedeutici all’assunzione. A voler tracciare un bilancio, ahinoi, i risultati sono deludenti: per stare nel nostro contesto regionale, se consideriamo che oggi, secondo il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, su 2.042 lavoranti nelle carceri in Lombardia, solo 136 sono occupati in attività esterne con datori di lavoro diversi dalla amministrazione penitenziaria. Molte e diverse potrebbero essere le ragioni per cui questa legge si rivela, oggi, poco efficace: non sempre le strutture penitenziarie dispongono di spazi dove attrezzare officine e laboratori; l’alta mobilità dei detenuti, soprattutto nelle case circondariali, rende difficili prestazioni di lavoro continuative, o la frequenza di corsi professionalizzanti. Non da ultimo, la mancata conoscenza di questa opportunità da parte dei datori di lavoro ne rende difficile l’applicazione. Il basso livello di competenze di molti ristretti è un altro ostacolo sia alla partecipazione ad eventuali attività lavorative esterne, sia a corsi di formazione professionalizzanti. È proprio all’interno di questa criticità – tra le competenze necessarie e l’organizzazione di corsi di formazione e attività lavorative esterne – che i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA) devono poter intervenire. Il loro ruolo è di elevare al massimo possibile i livelli di competenza, sia nell’ambito linguistico che in quello scientifico-tecnologico, fornendo così ai detenuti reali opportunità sia di continuare la formazione, spesso interrotta a causa della detenzione, sia di trovare un impiego , che costituisce l’unica vera garanzia di un efficace reinserimento sociale delle persone detenute. Alfonsa Gucciardo – Cpia 2 Varese Sitografia https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2014/10/22/14G00158/sg https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2000/07/13/000G0244/sg https://presidenza.governo.it/USRI/ufficio_studi/normativa/L.%2026%20luglio%201975,%20n.%20354.pdf https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/10/26/18G00149/sg https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/10/26/18G00150/sg https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_2_3_0_3.page https://www.antigone.it/tredicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/04-diritto-al-lavoro/ https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.page?contentId=SST448908 https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.page?contentId=SST168616