Rapporto Istat 2025 – Online il documento integrale
Pubblicato il 21 Maggio 2025
Nel cuore di un’Italia che si trasforma – lentamente, spesso in modo diseguale e con pesi differenti tra centro e periferia – il Rapporto ISTAT 2025 si configura come una radiografia composita e profonda del Paese. A emergere non è solo la fotografia dell’anno appena trascorso, ma un affresco intergenerazionale che illumina traiettorie economiche, demografiche e sociali nella loro stratificazione temporale e territoriale. Un documento denso e ambizioso, che racconta non solo cosa siamo, ma anche cosa potremmo diventare se sapremo leggere con lucidità le tensioni e le opportunità in gioco.
Crescita fragile, diseguaglianze strutturali
Il dato macroeconomico di partenza è inequivocabile: nel 2024 il PIL italiano è cresciuto dello 0,7%, confermando una tendenza anemica che vede il nostro Paese fanalino di coda in Europa (davanti solo alla Germania in contrazione), con una domanda interna debole e investimenti rallentati, frenati dal ridimensionamento degli incentivi (su tutti il Superbonus) e da un clima di incertezza geopolitica e commerciale. L’occupazione, pur in crescita (+1,5%), non riesce a trasformarsi in benessere diffuso, e il tasso di occupazione resta tra i più bassi in Europa, con divari ancora drammatici tra Nord e Sud, uomini e donne, laureati e non.
A pesare è la qualità del lavoro: aumentano i contratti a tempo indeterminato, ma una quota rilevante – soprattutto tra giovani e donne – sperimenta forme di vulnerabilità occupazionale. Il part-time, spesso involontario, riguarda un terzo delle lavoratrici. E se il potere d’acquisto ha cominciato timidamente a recuperare rispetto al crollo post-inflazione, resta comunque inferiore ai livelli pre-2019 per ampie fasce della popolazione.
Un Paese sempre più vecchio e spopolato
Il profilo demografico appare segnato da una doppia forbice: da un lato, un invecchiamento strutturale inarrestabile, con l’età mediana che si alza e una natalità ai minimi storici (1,18 figli per donna nel 2024, 370mila nati); dall’altro, una perdita netta di capitale umano qualificato, con l’aumento record di giovani laureati in fuga all’estero (21mila nella sola fascia 25-34 anni nel 2023). Il saldo migratorio, seppur positivo, non compensa l’erosione demografica interna. Nel frattempo, l’Italia diventa sempre più un Paese di anziani soli: le famiglie monopersonali superano il 35% e quasi il 40% degli over 75 vive senza compagnia stabile. La soglia simbolica dei 65 anni come inizio della vecchiaia vacilla: secondo un approccio demografico più dinamico, solo oltre i 74 anni si dovrebbe parlare davvero di “anzianità”. Ma questo slittamento percettivo non basta a compensare le fragilità concrete che l’invecchiamento comporta – in termini di welfare, sanità, solitudine sociale.
Link al sito Istat – www.istat.it/produzione-editoriale/rapporto-annuale-2025-la-situazione-del-paese-il-volume/
Istruzione e disuguaglianze: un ascensore che sale solo a metà
Nonostante una progressiva crescita dei livelli di istruzione – oggi oltre il 30% dei giovani adulti è laureato – l’Italia resta fanalino di coda in Europa sul fronte formativo. Il divario rispetto ai coetanei europei si fa più acuto nella fascia 25-34 anni e riguarda sia l’accesso all’università che le competenze digitali: solo il 45,8% della popolazione adulta possiede abilità digitali di base, contro il 55,5% della media UE, e ben al di sotto dell’obiettivo europeo dell’80% entro il 2030. Ancora più allarmanti sono le diseguaglianze educative di origine: tra i giovani nati nel 1992, appena il 17,6% di coloro provenienti da famiglie senza diploma ha conseguito una laurea, mentre tale percentuale sale al 75% tra i figli di due genitori laureati. Un figlio di operai ha tre volte meno possibilità di completare un ciclo universitario rispetto a un coetaneo della classe dirigente. L’ascensore sociale, in Italia, funziona a tratti – e non sempre per i piani alti.
La salute che invecchia (prima della persona)
Nel 2024 la speranza di vita alla nascita ha raggiunto 83,4 anni, confermando il primato di longevità italiana. Ma gli anni in buona salute diminuiscono, specie per le donne: una perdita di 1,3 anni solo nell’ultimo anno, portando la soglia a 56,6 anni contro i 59,8 degli uomini. Un paradosso che si aggiunge al carico già sbilanciato sulle donne nei percorsi lavorativi, familiari e di cura. Il sistema sanitario, inoltre, mostra segni di affaticamento e disuguaglianze crescenti: quasi il 10% della popolazione ha rinunciato a cure per motivi economici o organizzativi, mentre il ricorso al privato ha superato il 23%. Il disagio psicologico è in aumento, soprattutto tra i giovani e le donne, con un indice di salute mentale che si attesta a 68,4 punti su 100. Si assiste, in parallelo, a un aumento dell’obesità infantile e del consumo di alcol fuori pasto tra gli adolescenti. La salute pubblica – mentale e fisica – si conferma una delle vere emergenze del presente.
Capitale umano e giovani imprese: un patrimonio ancora sottoutilizzato
Le giovani generazioni, più istruite e digitalmente alfabetizzate, restano in attesa di una piena valorizzazione. La quota di professionisti e tecnici ICT è in crescita, ma resta bassa rispetto agli obiettivi europei: l’Italia punta all’8,4% entro il 2030, ma è ferma poco sopra il 4%. Le imprese con maggior presenza giovanile, specie tra i fondatori, mostrano performance migliori in termini di innovazione e digitalizzazione, ma rappresentano ancora una minoranza nel tessuto produttivo nazionale. In generale, il ritardo nella dotazione tecnologica delle imprese italiane, unito alla bassa intensità in R&S, costituisce un freno strutturale alla produttività. Il 2024 ha visto una flessione della produttività per occupato (-0,9%) e per ora lavorata (-1,4%), con impatti diretti sulla crescita del valore aggiunto.
Territori vulnerabili, coesione in bilico
Lo scenario nazionale è attraversato da profonde fratture territoriali: tra Nord e Sud, tra aree metropolitane e Aree Interne, tra centri attrattivi e territori in declino. Le Aree Interne, in particolare, pagano un prezzo altissimo: invecchiamento, spopolamento, bassa istruzione, fuga dei giovani. La resilienza demografica si intreccia qui con quella sociale e culturale. Eppure, proprio in questi territori si gioca una delle sfide decisive per la tenuta del Paese. La sostenibilità ambientale, infine, rappresenta un fronte cruciale ma ancora parzialmente disatteso. Nonostante i progressi – triplicata la produzione da rinnovabili dal 2005 a oggi – l’Italia resta indietro rispetto ai principali partner europei. Il 18% del valore aggiunto industriale è prodotto in zone ad alto rischio sismico o franoso, e le perdite ambientali stimate tra il 1980 e il 2023 ammontano a 134 miliardi di euro.
Un futuro da costruire: non solo con i dati
Il Rapporto si chiude con un invito netto, che è anche una sfida epistemica: fidarsi dei dati, ma saperli interpretare. La statistica ufficiale, ricorda il Presidente Chelli, è un bene pubblico, non un esercizio tecnico: deve servire a orientare scelte, costruire visione, correggere diseguaglianze. A cento anni dalla sua fondazione, l’ISTAT ci chiede di guardare non solo i numeri, ma oltre i numeri. Perché i dati non bastano se non diventano consapevolezza politica, progettazione sociale, cura collettiva.
In fondo, ogni statistica è un racconto sul futuro. E il futuro, oggi più che mai, ha bisogno di nuove generazioni che non restino ai margini del presente.